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Lettera di Michele Emiliano, Sindaco di Bari, al prof. Paolo Lopane

Michele Emiliano, Sindaco di Bari, in seguito all’assegnazione del Premio internazionale di Poesia e Letteratura  “Nuove Lettere”  alla raccolta  di saggi   “Hrand Nazariantz, Fedele  d’Amore”, opera del prof. Paolo Lopane in collaborazione  del  Centro  Studi  Hrand  Nazariantz di Bari, Rivolge al prof. Paolo Lopane un “Saluto” ufficiale; di seguito il contenuto:

 

Gentilissimo Prof. Lopane,

           con  immenso  piacere apprendo dell’assegnazione  del  Premio  internazionale

di   Poesia   e   Letteratura   “Nuove   Lettere”   alla   Sua  raccolta   di    saggi   “Hrand

Nazariantz, Fedele  d’Amore”, in collaborazione  del  Centro  Studi  Hrand   Nazariantz

di Bari.

            Ritengo sia  un  giusto riconoscimento non solo per la straordinaria capacità di

Celebrare  l’intellettuale   armeno  e  ciò  che,  ad  oggi,  rappresenta  un   eccezionale

testamento culturale, ma anche per il lodevole impegno con cui  un gruppo di studiosi

è  riuscito  a  rileggere, attraverso  l’incontro   con  Nazariantz, la  “questione  armena”,

il primo tragico genocidio della storia.

             L’opera,   che    abbiamo   avuto   il  privilegio   di   conoscere   durante    una

presentazione a  Palazzo  di  Città  avvenuta  lo  scorso  anno, costituisce un puntuale

approfondimento  storico-culturale, ed etico aggiungerei, sul carisma  e  sulla  poetica

di   Nazariantz,  personalità    unica   cui  l ’intera   comunità   pugliese,  e   barese   in

particolare, deve  moltissimo.

               A Lei, dunque, vanno il caloroso abbraccio e il ringraziamento,mio personale

e  dell’ intera  città  di  Bari, per la  tenacia  e  la  cura  con  cui  è  riuscito  a  condurre

questo interessante  percorso  di studio  e  di  divulgazione.

 

Michele Emiliano 

Sindaco di Bari

Convegno "Armeni : Genocidio di un popolo dimenticato"

Convegno "Armeni: Genocidio di un popolo dimenticato"


Mercoledì 24 Aprile 2013
Palazzo di Città - Sala Consiliare
Comune di Bari

“I Templari. Storia e leggenda”

          di Gino Leonardo Di Mitri

Il libro di Paolo Lopane si inserisce nel solco nobile di una letteratura che va da Cardini a Bloch e da Runciman a Demurger. L’autore si è posto l’obiettivo di guidare i lettori alla conoscenza dei duecento anni che dividono la nascita dell’Ordine più prestigioso del Medioevo dal processo sommario che ne segnò l’estinzione.

Amplificato dalla ricerca per il sensazionale e dalla curiosità per l’esoterico, il capitolo storico dei Templari ha subito, in anni recenti, un’attrazione da parte dell’industria culturale che ne ha sconvolto i lineamenti e falsificato i reali connotati. Il risultato, sul piano librario e su quello mediatico, è stato il fiorire di pubblicazioni e di film – di scarsa tenuta scientifica le prime, di esclusiva vocazione alla spettacolarità i secondi – che ben pochi benefici hanno arrecato alla conoscenza dei fatti e del fenomeno. Certamente si potrà sempre dire “bene o male non importa, purché se ne parli”; ma poiché la vicenda stessa dei Templari è divenuta celebre per un caso clamoroso di stravolgimento della realtà, e anzi si è configurata come un esempio di immane falsificazione, il rischio è che di questo passo la storia dell’ordine dei Templari diventi materia per facile divulgazione di fantastoria se non addirittura per editoria di basso rango.

A sventare questo rischio giunge in soccorso il libro di Paolo Lopane “I Templari. Storia e leggenda (Besa Editrice, 150 pp., 12 euro), che si inserisce nel solco nobile di una letteratura che va da Cardini a Bloch e da Runciman a Demurger. L’Autore, non nuovo a opere di storia medioevale come una sua precedente monografia sull’eresia albigese edita dalla stessa Besa, si è posto l’obiettivo di guidare i lettori alla conoscenza dei quasi duecento anni che dividono la nascita dell’Ordine più ricco e prestigioso del Medioevo dal processo sommario che ne segnò l’estinzione intentatogli contro da Filippo il Bello. In ambito di storia generale Franco Cardini, dal canto suo, anche a causa dell’emergere di un poderoso fronte critico in margine ai fatti bellici dell’Iraq, ha saputo giovarsi di una insperata trasversalità per rappresentare una posizione “revisionista” che ha di fatto spinto a una rivalutazione del ruolo dei Templari nel secolare confronto tra Islam e Occidente. Grazie al contributo di Cardini, il concetto stesso di crociata e di “gihad” hanno subito una mutazione parallela e sincrona di segno: da mere guerre di religione esse sono in realtà divenute una nozione più ampia inerente l’ambito subbiettivo, riportando l’attenzione del pubblico non solo e non più sui grandi fatti evenemenziali, ma finalmente sulle categorie della devozionalità, della mentalità e del trapianto incrociato di elementi spirituali da un versante all’altro del sentimento di fede. All’interno di questo esteso campo storiografico, il merito del libro di Lopane sta invece nel ricostruire tutti gli antecedenti della vicenda congregazionale e processuale: sia quelli scolpiti nelle fonti storiche che quelli iscritti nell’alone leggendario che da sempre ammanta i Templari; sia le pagine edificanti della cristianità occidentale da essi incarnata in Terra Santa che quelle a ragione definite “outrées” dei massacri contro la popolazione mussulmana, ebrea e cristiano-orientale; ma soprattutto il nesso inseparabile tra sfera spirituale e sfera politica che lega la vicenda dei Templari alla storia d’Europa e del Mediterraneo. Questo importante e decisivo antecedente può considerarsi il vero atto di fondazione dei Templari ed è rappresentato dal ruolo avuto da San Bernardo di Chiaravalle e dai Cistercensi nel negoziato per la creazione dell’ordine: un negoziato che trascese la questione medio-orientale e la difesa dei luoghi del Santo Sepolcro per proiettarsi in ambito europeo. Insomma, il “De laude novae militiae” del Claravallense fu documento che, nato per proclamare la crociata, sancì anche e soprattutto il radicamento continentale del nuovo ordine, mentre spettò alla regola del concilio di Troyes contenere tutti gli aspetti di minuto comportamento in guerra dei monaci combattenti. In questo senso, Lopane sembra aver tratto profitto dalla acuta lezione storiografica francese sul Medioevo inserendo la nascita dei Templari nel più complesso movimento di trasmutazione dei cavalieri da orda selvaggia, dedita alla caccia e alle razzie, a ordine consacrato ai valori di rispetto per la persona umana. Proprio il capitolo sulla “Règle du Temple” mette in luce la diffusione di questi ideali e queste pratiche; e come non solo i Templari, ma anche altri Ordini quali gli Ospitalieri, i Teutonici o l’ordine di San Lazzaro, conformarono la propria regola sul modello di quella templare.

A tal proposito, un altro aspetto interessante dell’approccio analitico di Lopane è quello di scavare all’interno della “Regula” al fine di aiutare il lettore a comprendere i principi di autorità e di ubbidienza, la struttura gerarchica dell’ordine, le prerogative degli oblati e dei militi reclutati fra le popolazioni cristiane indigene, il ruolo delle “sorores” ausiliarie come serventi e infermiere: insomma, l’organigramma dell’ordine.

Ma se mi è consentito sottolineare quello che a mio avviso è l’aspetto ben più interessante del libro, dirò che esso risiede nella capacità dell’autore di vagliare tutte le fonti storiche e di finalizzare il suo racconto all’attualizzazione dei problemi del Medio Oriente già affiorati all’epoca delle crociate. Un esempio fra molti: la rilettura del trattato fra Federico II e Al-Kamil del 1229 in cui, secondo Lopane, il riconoscimento della pertinenza islamica dell’intera spianata delle Moschee avrebbe costituito il primo riconoscimento (anche se non formale) di Gerusalemme quale “Città delle Tre Religioni”. Ma c’è di più. Di poco precedente all’esperienza templare è l’opera dell’arabo ispanico Ibn Bâjja, noto come Avenpace, che con le sue riflessioni sull’anima e sugli ideali incredibilmente agostiniani di vita solitaria (ideali che furono in seguito del nostro Petrarca), rivela come ci fu inevitabilmente un flusso contrario, e latentemente cristiano, che influenzò il pensiero arabo medioevale. Ibn Bâjja spianò la strada alla grande fortuna di Averroè, cioè di Abu al Walid Ibn Rushd, fra gli scrittori e gli scienziati europei del Basso Medioevo. La ricerca di un dialogo – se non altro diplomatico – con l’Islam, di cui furono fautori i Templari, era già scritto nel codice della civiltà del Mediterraneo. E questi mistici guerrieri, per lo più provenienti dal Nord Europa, con la loro drammatica testimonianza chiusero un cerchio apertosi un paio di secoli prima di loro con l’umanesimo arabo-aristotelico.

Senza dubbio, le ragioni che condussero all’annientamento di quest’ordine monastico combattente vanno ravvisate nell’avidità di Filippo il Bello e in una congiuntura internazionale che, ponendo in primo piano i nuovi soggetti statali come le monarchie nazionali, chiedeva alle ambiziose teste coronate sempre maggiori risorse finanziarie pur di erodere all’Impero e al Papato margini di potere. E ciò è stato magistralmente illustrato da Paolo Lopane. Tuttavia, il processo e il rogo dei Templari, più che un amaro epilogo, fu l’inquietante prova generale di una rampante razza padrona per altri conflitti e altri olocausti a venire. Sto parlando delle guerre di religione che imperversarono in Europa fino ai primi lustri del XVIII secolo. Ma una cosa è certa: con i Templari fu tutto un mondo a morire, non solo quello dell’illusione di un controllo europeo e cattolico sull’Oriente. Morì l’epopea cavalleresca, rimpicciolita al rango di mirabolante letteratura ad uso delle agonizzanti corti italiane del ‘500; morì l’assetto feudale e divennero insensate le presenze di un imperatore e di un papa, rispettivamente surclassati dai monarchi nazionali e dalle chiese riformate; morì infine una cultura del confronto tra fedi, mentalità e ordinamenti: una cultura che, sebbene retta dalle spade e dagli scudi, riusciva a trovare varchi per il dialogo e a prospettare scenari per la pace.

 

                                                                                                                     Gino Leonardo Di Mitri 

 

 

Cristianità e Famiglia

        di Paolo Lopane

«Diritti dell’individuo, delle coppie, degli altri; sposarsi e stare insieme; regole e libertà; procreazioni e bambini»: questi gli impegnativi temi della conferenza organizzata il 9 maggio 2012 dal Movimento di Cultura Cristiana di Bitetto, che, in collaborazione con le Associazioni Movimento Famiglia e Vita di Matera ed Ex Alunni dell’Istituto Di Cagno Abbrescia di Bari, ha coinvolto i numerosi partecipanti in un fecondo dibattito animato da passione civile e, per le forti e complesse implicazioni sottese, ricco di motivi di riflessione.

Salutate dal Sindaco, dott. Stefano Occhiogrosso, e introdotte dalla puntuale presentazione del dott. Enrico Abbruzzese, presidente del locale Movimento di Cultura Cristiana, le relazioni del prof. Michele Costantino, ordinario di Diritto privato dell’Università di Bari, e di don Leo Santorsola, fondatore del Movimento Famiglia e Vita, hanno toccato, di fatto, corde profonde, affrontato questioni di scottante attualità che, sollevando dubbi ed interrogativi, hanno sollecitato, com’era prevedibile, aperti consensi ma anche perplessità ed osservazioni critiche. Di certo, le pacate parole di don Leo Santorsola, che ha trattato il tema della «Bellezza e criticità della famiglia», e gli appassionati e torrenziali interventi del prof. Costantino sulle idee di «famiglia», «coppia», «formazione sociale» e «società naturale» – interventi che il brillante moderatore della serata, il noto giornalista Gustavo Delgado, ha faticato non poco a contenere – non potevano lasciare indifferenti coloro che, consapevoli del vuoto valoriale e del precipizio morale che incombe, sono quotidianamente impegnati a combattere il pensiero unico e l’insipienza drammaticamente diffusa.

Come non ripensare alle parole di un filosofo come Nietzsche, che, pur schierato su posizioni anti-ecclesiali, sapeva ancora avvertire il significato sacrale della naturale unione fra l’Uomo e la Donna? Come non ripensare alle sue riflessioni sul matrimonio, sulla «volontà di creare in due quell’uno che è qualcosa di più dei due che lo crearono», giacché «anche l’amore vostro più nobile non è altro che un simbolo estatico, un doloroso ardore», una «fiaccola che deve illuminarvi verso sentieri più alti»? Ma il Solitario di Sils-Maria, l’uomo che alle soglie del secolo breve aveva alzato atterrito le braccia, aveva pure avvertito, presago, che «il Deserto avanza». Perché il Deserto avanza. Inesorabile. Basti confrontare quanto disposto dall’art. 12 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 – dove si legge che «a partire dall’età minima per contrarre matrimonio, uomini e donne hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto» – con quanto ha previsto l’art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dove, venendo meno il riferimento a «uomini e donne», si afferma semplicemente che «il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». Come stupirsi se la suprema Corte di Cassazione, pur negando, ai sensi della legislazione vigente, la trascrizione dell’atto di matrimonio di una coppia omosessuale sposatasi in Olanda, ha però recentemente avallato l’ambiguo pronunciamento della Corte Costituzionale che il 14 aprile 2010 (sent. n. 138), dopo aver confermato la costituzionalità della normativa civilistica che utilizza le parole «moglie» e «marito», ha tuttavia auspicato «nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge, il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri» della coppia formata da persone dello stesso sesso unite da una convivenza stabile? 

Si badi: non è qui in discussione il sacrosanto diritto delle coppie di fatto di adire i giudici comuni per far valere, «in presenza di specifiche situazioni» (Cass. Sez. I, sent. n. 4184/2012), la pretesa «ad un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata» – si pensi, per fare un solo esempio, ai problemi connessi all’assistenza sanitaria e penitenziaria. Quello che, semplicemente, pavento è che la breccia progressivamente apertasi nell’ordinamento giuridico europeo, giustificata dall’esigenza di riconoscere pari dignità sociale alle mere convivenze di fatto, possa far crollare gli ultimi baluardi a difesa del valore della famiglia tradizionale, e, con esso, quel che resta del significato ultimo della complementare unione fra l’Uomo e la Donna, remota eco dell’unio mystica e della coniunctio oppositorum: sacrale e vivente simbolo che, in tempi di relativismo morale e di reificazione delle parvenze, può ancora additarci i nostri veri e oltremondani orizzonti, i nostri veri e sovratemporali destini.

 

                                                                                                                Paolo Lopane

 

 

"Stampata un’opera sul poeta armeno Hrand Nazariantz, morto a Bari 50 anni fa"

     di Antonio Calisi

Per celebrare il grande scrittore, poeta e giornalista armeno, scomparso 50 anni fa a Bari, è stata pubblicata dalla casa editrice barese F.A.L. Vision, “Hrand Nazariantz, Fedele d’Amore”, a cura di Paolo Lopane con introduzione di Bhogos Levon Zekiyan. Un’eccellente opera di approfondimento storica-culturale-etica sull’indimenticabile personalità carismatica di Hrand Nazariantz. Il volume racchiude lettere, poesie e fotografie completamente inedite.

Il prof. Paolo Lopane ha curato il testo a regola d’arte, dal punto di vista contenutistico, mettendo in relazione i diversi contributi di Cosama Cafueri, Rosalia Chiarappa, Carlo Coppola, Dorella Cianci e Paolo Lopane che hanno partecipato alla presentazione della vita e del pensiero di Hrand Nazariantz.

Elevata l’introduzione di Bhogos Levon Zekiyan, studioso armeno docente di Lingua e letteratura armena presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

L’opera, realizzata dall’editore F.A.L. Vision, è veramente pregevole. Eccellente anche la presentazione grafica del libro.

Hrand Nazariantz, nato a Uskudar, quartiere periferico di Costantinopoli, l’8 gennaio del 1886 muore a Bari il 25 gennaio 1962. Interessato ad assicurarsi il favore degli intellettuali europei alla causa armena, trova in Italia molti sostenitori, tra questi Giovanni Verga, Luigi Pirandello e Umberto Zanotti Bianco. Nel 1913 è obbligato ad abbandonare la sua patria a motivo della politica anti-armena dell’Impero Ottomano per rifugiarsi nel Consolato italiano di Costantinopoli dove sposò la cantante e ballerina di Casamassima (BA), Maddalena De Cosmis. Nella primavera dello stesso anno si reca profugo a Bari dove moltiplicò le relazioni sia con personalità della diaspora armena che con personaggi principali della cultura italiana, francese ed inglese, viaggiando anche all’estero per ragioni di studio. Nello stesso periodo fu assunto come docente di lingua francese e inglese presso l’Istituto Tecnico, Nautico e Professionale di Bari.

 

                                                                                                     Antonio Calisi

                                                                               25 Gennaio 2012 - Il Quotidiano Italiano-Bari